Pagina:Le mille e una notti, 1852, I-II.djvu/246

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cedenti, disse tra sè: — È duopo ch’io goda tal piacere per intero:» ed alzatosi, risolse di lasciar vivere Scheherazade ancora quel giorno.


NOTTE LXVII


— Sire,» disse Scheherazade la sessantesimasettima notte al sultano delle Indie, «Amina, voigendosi al califfo, cominciò la sua storia in questi sensi:


STORIA D'AMINA


«Commendatore dei credenti,» diss’ella, «per non ripetere le cose già note a vostra maestà mediante la storia di mia sorella, vi dirò che mia madre, avendo comperata una casa per passarvi la sua vedovanza, mi diede in matrimonio ad uno de’ più ricchi eredi di questa città, colla dote che mio padre mi lasciò morendo. Non era ancora trascorso il primo anno della nostra unione, che rimasi vedova ed in possesso di tutte le facoltà di mio marito, ascendenti a novantamila zecchini, la cui sola rendita bastava più che a sufficenza per vivere agiatamente. Passati i primi sei mesi di lutto, mi feci fare sei abiti diversi di sì grande magnificenza, che mi costavano mille zecchini l’uno, e cominciai in capo all’anno a portarli (1).

  1. Quanto è qui detto sul lutto non solo è contrario egli usi dei meomettani, ma anche ai precetti del Corano. In generale, non si conosce lutto fra i settari di Maometto; su codesto punto espressi sono i divieti del Corano, e per punire una persona che si svellesse i capelli in segno di duolo: «L’onnipotente Iddio, dicono, le fabbricherebbe tante case nell’inferno, quanti fossero i peli svelti dal capo.» Credono inoltre che Dio ristringerà la tomba di tutti quelli che portassero abiti neri in vita, e che risusciteranno ciechi. Questa opinione dipende da quella della perfetta rassegnazione ai voleri di Dio,