Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/123

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sia, com’io ne sono il re; e questo titolo ben presto risuonerà per tutto il mio regno. Subito domani, o signora, sarà proclamato nella mia capitale, con feste non ancora vedute, le quali faranno conoscere che voi lo siete davvero. L’avrei già fatto da molto tempo, se mi aveste tratto più presto dal mio errore, poichè, dal momento in cui vi vidi, sono stato del medesimo sentimento d’oggidì, d’amarvi sempre, cioè, e non amar altre fuor di voi. Mentre aspetto di soddisfare appieno a me medesimo, e rendervi tutto ciò che v’è dovuto, vi supplico intanto, o signora, d’istruirmi più paratamente di questi stati e di questi popoli del mare che mi sono ignoti. Aveva ben inteso parlare di uomini marini, ma credetti sempre che fossero tutte favole. Eppure non v’ha cosa più veritiera dopo quello che ne diceste, e ne ho una prova ben certa nella vostra persona, in voi che siete di que’ siti, ed acconsentiste a diventar mia moglie, e ciò per un vantaggio di cui nessun altro abitante della terra può vantarsi fuor di me. V’ha una sola cosa che mi dà pena, e sulla quale vi supplico d’illuminarmi; non so, cioè, comprendere come possiate vivere, agire e movervi nell’acqua senza annegare. Fra noi non vi sono se non certe persone che abbiano l’arte di rimanere sott’acqua; ed anzi vi perirebbero, se non se ne ritirassero a capo d’un certo tempo, ciascuno secondo la sua destrezza e le sue forze.

«— Sire,» rispose la regina Gulnara, «soddisferò vostra maestà con molto piacere. Noi camminiamo in fondo all’oceano nel modo stesso che si cammina sulla terra, e respiriamo nell’acqua come si respira nell’aria; talchè invece di soffocarci, come soffoca voi, essa contribuisce alla nostra esistenza. E quello che vi parrà più maraviglioso, si è che non bagna i nostri abiti, e, quando veniamo sulla terra,