Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/127

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«Quando Gulnara li ebbe ricevuti con tutti gli onori possibili, e fatti sedere sul sofà, la regina sua madre prese a parlare così: — Figliuola mia, somma è la mia gioia rivedendovi dopo sì lunga assenza, e son certa che vostro fratello e le vostre parenti non ne provino meno di me. Il vostro allontanamento, senza averne detto nulla a chicchessia, ci ha immersi in un’afflizione inesprimibile, e non sapremmo dirvi quante lagrime ne abbiamo versate. Altro non ci è noto del motivo che può avervi indotta a prendere sì strano partito, se non ciò che ne ha riferito vostro fratello intorno al colloquio avuto con voi. Il consiglio ch’egli allora vi diede, eragli sembrato vantaggioso pel vostro collocamento, nella perigliosa posizione in cui versavate, al par di noi. Non occorreva sdegnarsi tanto, se non vi gradiva; e mi permetterete di dirvi aver voi presa la cosa affatto diversamente da quello che dovevate prenderla. Ma lasciamo questi discorsi, per non rinnovar argomenti di dolore e dispiacere, cui dovete dimenticare con noi; partecipateci invece tutto ciò che v’è accaduto dal tempo che non vi abbiamo veduta, e dello stato in cui vi trovate di presente; sopra ogni altra cosa, diteci se siete contenta. —

«La regina Gulnara si gettò subito a’ piedi della madre, e dopo averle baciata la mano, alzandosi: — Signora,» rispose, «ho commesso un gran fallo, lo confesso, e non vado debitrice se non alla vostra bontà del perdono che vi compiacete accordarmi. Ciò che, per obbedirvi, vi debbo dire, vi farà conoscere essere invano che talora si ha ripugnanza per certe cose. Ho provato da per me stessa, che la cosa, alla quale la mia volontà era più ribelle, è appunto quella cui il mio destino m’ha, mio malgrado, condotta.» Le raccontò quindi le sue avventure dal momento che il dispetto l’aveva indotta a togliersi