Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/258

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bellissima, secondo l’uso osservato verso quelli ai quali concedevasi udienza; indi gli disse: — Ganem, voglio che tu rimanga alla mia corte. — Commendatore de’ credenti,» rispose il giovane mercatante, «lo schiavo non ha altra volontà fuor di quella del padrone, dal quale dipendono la sua vita ed i suoi averi.» Il califfo; contentissimo di quella risposta, gli donò una grossa pensione, quindi discese dal trono; e facendosi seguire da Ganem e dal gran visir soltanto, entrò nel suo appartamento.

«Siccome non dubitava che vi fosse Tormenta colla vedova e la figliuola di Abu Aibu, ordinò che gli fossero condotte, ed esse se gli prosternarono davanti; ma egli, fattele rialzare, trovò Forza de’ Cuori tanto bella, che dopo averla considerata con attenzione: — Ho tal dolore,» le disse, «di aver trattato sì indegnamente le vostre attrattive, ch’io vi debbo una riparazione che superi l’offesa ad esse fatta. Io vi sposo, e così punirò Zobeide, che diventerà la primaria cagione della vostra felicità, come lo fu de’ vostri passati guai. Nè questo è tutto,» soggiunse, rivolgendosi verso la madre di Ganem; «signora, siete ancor giovane, e credo che non isdegnerete la mano del mio gran visir: vi do a Giafar, e voi, Tormenta, a Ganem. Si facciano venire il cadì ed i testimoni, ed i tre contratti siano stipulati e sottoscritti in questo momento.» Ganem rappresentò al califfo che sua sorella sarebbe troppo onorata d’essere soltanto nel numero delle favorite, ma il principe volle sposarla ad ogni costo.

«Trovò egli questa storia tanto straordinaria, che impose ad un famoso storico di metterla in iscritto con tutte le sue circostanze. Fu poi deposta nel suo archivio, d’onde parecchie copie, tratte da quell’originale, l’hanno resa pubblica.»

Quando Scheherazade ebbe finita la storia di Ganem,