Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/299

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non mi permise d’avvedermi di tutto l’orrore della nostra sorte. Smarrii i sensi, e sia che fossi da qualche frantume del bastimento portata alla costa, sia che il cielo, il quale riservavami ad altre disgrazie, abbia fatto un miracolo per salvarmi, quand’ebbi ricuperato gli spiriti, mi trovai sulla riva.

«Spesso le sciagure ci rendono ingiusti; invece di ringraziar Iddio della grazia speciale che ne riceveva, alzai gli occhi al cielo per rimproverarlo di avermi salvata. Lungi dal compiangere il visir e la mia governante, ne invidiava il destino, ed a poco a poco la mia ragione cedendo alle terribili immagini che la turbavano, determinai di gettarmi in mare. Già stava per farlo, allorchè, udendo dietro di me un gran rumore d’uomini e di cavalli, volsi subito la testa per vedere cosa fosse, e scorsi parecchi cavalieri armati, fra’ quali uno montato sur un destriero arabo: vestiva questi un abito ricamato d’argento con una cintura di gemme, e portava in capo una corona d’oro. Quand’anche non avessi giudicato, dal suo abbigliamento, che fosse il signore degli altri, me ne sarei avveduta dall’aria di grandezza sparsa su tutta la sua persona. Era un giovane di venuste forme, e più bello del giorno. Sorpreso al vedere in quel luogo una giovane affatto sola, staccò alcuni officiali per venirmi a chiedere chi fossi. Non risposi se non con pianti e gemiti. Siccome la spiaggia era coperta dei frantumi del nostro bastimento, giudicarono che una nave avesse naufragato alla costa, e ch’io fossi di certo una vittima sfuggita dall’onde. Tale congettura ed il vivo dolore ch’io dimostrava irritando la curiosità degli ufficiali, cominciarono a farmi mille interrogazioni, assicurandomi che il loro re era un principe generoso, e che alla sua corte troverei materia di conforto.

«Il re, impaziente d’udire chi potessi essere, si