Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/302

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della parentela o dell’amore? — Signore,» gli risposi io, «è mio marito. — In tal caso,» riprese il corsaro, «bisogna che me ne disfaccia per compassione; ei soffrirebbe troppo vedendovi fra le braccia del mio amico.» A tali parole, prese il misero principe, ch’era già legato, e lo gettò in mare, malgrado i miei sforzi per impedirnelo.

«A sì crudele azione mandai alte strida, e mi sarei indubitatamente precipitata nell’onde, se il pirata non m’avesse trattenuta. Avvedutosi che non avea altra voglia, mi legò colle corde all’albero maestro, e spiegate le vele, volse la prora verso terra, dove andò a sbarcare. Allora mi slegò, e mi condusse in una piccola città, dove, comperati alcuni camelli, tende e schiavi, prese quindi la via del Cairo, col diseguo, diceva ei sempre, d’andare a presentarmi al suo amico, mantenendo così la propria parola.

«Erano già più giorni che ci trovavamo in viaggio, quando, passando ieri per la pianura, scoprimmo il negro che abitava questo castello. Di lontano lo scambiammo per una torre, e quando ci fu vicino, appena potemmo credere che fosse un uomo. Impugnata la larga sua scimitarra, intimò al pirata d’arrendersi prigioniero cogli schiavi e la dama che conduceva. Il corsaro era coraggioso, e secondato da tutti gli schiavi, che promisero di essergli fedeli, attaccò il negro. Il combattimento durò a lungo, ma alla fine il pirata cadde sotto i colpi del mostro, al pari di tutti gli schiavi, i quali preferirono morire con lui anzichè abbandonarlo. Quindi il negro mi condusse in questo castello, dove, portato il corpo del pirata, se lo mangiò a cena. Verso il fine di quell’orribil pasto, vedendo ch’io continuava a piangere, mi disse: — Giovane dama, disponti a soddisfare alle mie voglie invece di affliggerti così. Cedi di buona grazia alla necessità: ti do tempo fino a do-