Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/422

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«— Iddio conservi il Commendatore de’ credenti nel possesso e nel buon uso del raro suo spirito!» ripigliò Abu Hassan, sempre colle lagrime agli occhi, e con parole tronche dai singhiozzi. «Voi vedete la realtà, e ch’io non ho ingannato il mio sovrano. Volesse Iddio,» sclamò per meglio dissimulare, «ch’io non avessi avuta occasione d’andargli ad annunziare nuova sì trista ed affliggente! Aimè!» soggiunse; «non so abbastanza esprimere la perdita irreparabile che oggi ho fatta! — È vero,» ripigliò Mesrur; «e posso assicurarvi che partecipo assai al vostro cordoglio; ma in fine bisogna consolarsi, e non abbandonarvi così al dolore. Vi lascio mio malgrado per tornare dal califfo; ma vi domando in grazia,» proseguì, «di non far levare di qui la salma finchè io non ritorni; voglio assistere alla cerimonia funebre ed accompagnarla colle mie preghiere. —

«Mesrur era già uscito per andare a render conto del suo messaggio, quando Abu Hassan, il quale lo accompagnava sino alla porta, gli dichiarò di non meritar l’onore che volevagli fare. Temendo poi che Mesrur non tornasse indietro per dirgli qualche altra cosa, lo seguì alcun tempo coll’occhio, e quando lo vide lontano a sufficienza, tornò a casa, e sbarazzando Nuzhatul-Auadat dal ferale indumento: — Ecco,» le disse, «rappresentata un’altra scena; ma già m’immagino che non sarà l’ultima, e certo Zobeide non vorrà stare al rapporto di Mesrur; anzi, se ne farà beffe, avendo troppe forti ragioni per non prestarvi fede. Dobbiamo perciò attenderci a qualche nuovo avvenimento.» Durante tale discorso, Nuzhatul-Auadat ebbe il tempo di ripigliare i suoi abiti, e così andarono ambedue a rimettersi sul sofà presso alla gelosia, onde poter scoprire ciò che accadesse.

«Intanto Mesrur, tornato da Zobeide, entrò nel gabinetto ridendo e battendo le mani, come uomo che