Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/423

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

9


avesse qualche grata cosa da annunziare. Il califfo, d’indole impaziente, voleva essere chiarito sul momento di quella faccenda; d’altronde era vivamente interessato al giuoco per la sfida della principessa; talchè, appena vide Mesrur: — Maledetto schiavo,» gli disse, «non è tempo di ridere. Non apri bocca? Parla arditamente: chi è morto del marito o della moglie?

«— Commendatore de’ credenti,» rispose subito Mesrur, prendendo un’aria seria, «Nuzhatul-Auadat è la morta, ed Abu Hassan n’è sempre dolente, come parve poco fa al cospetto di vostra maestà. —

«Senza dar tempo a Mesrur di proseguire, il califfo l’interruppe. — Buona nuova!» sclamò, prorompendo in una gran risata; «è appena un momento che Zobeide, tua padrona, possedeva il palazzo delle Pitture; adesso è mio. Ne avevamo fatto scommessa contro il mio giardino delle Delizie dopo che sei partito; non potevi adunque farmi il maggior piacere; avrò cura di ricompensarti. Ma non parliamone più: dimmi di punto in punto che cosa hai veduto.

«— Commendatore de’ credenti,» proseguì Mesrur, «giunto da Abu Hassan, entrai nella sua stanza ch’era aperta, e l’ho trovato sempre afflittissimo e piangente la morte di Nuzhatul-Auadat sua consorte. Stava seduto presso al capo della defunta, già avvolta nel funebre ammanto in mezzo alla camera, co’ piedi volti verso la Mecca, e coperta colla pezza di broccato, di cui la maestà vostra fece dono poco fa ad Abu Hassan. Dopo avergli attestata la parte che prendeva al suo dolore, mi avvicinai, e sollevando lo strato mortuario che copriva la testa, riconobbi Nuzhatul-Auadat, la quale aveva già il volto gonfio e tutto mutato. Esortai alla meglio il dolente a consolarsi, e ritirandomi, gli dissi che avrei desiderato trovarmi ai fune-