Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/500

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canto alla sposa, prese il letto con essi, e lo riportò nella camera del palazzo d’onde avevalo tolto.

«Il sultano, dopo il ricevimento fattogli dalla principessa Badrulbudur il giorno precedente, inquieto di sapere come avesse passatala seconda notte, e se volesse fargli un’accoglienza simile a quella della prima volta, si recò di buon mattino alla camera di lei per chiarirsene. Il figlio del gran visir, più vergognoso e mortificato del cattivo esito di questa seconda notte che non della prima, appena ebbe inteso venire il sultano, si alzò a precipizio, e si gettò nella guardaroba.

«Il sultano s’inoltrò sino al letto della principessa, e datole il buon dì, dopo averle fatte le medesime carezze del giorno innanzi: — Ebbene, figliuola,» le disse, «siete anche questa mattina del medesimo cattivo umore come ieri? Mi direte come avete passata la notte?» Conservò la giovinetta il medesimo silenzio, ed il padre si avvide che avea l’animo molto meno tranquillo, ed era abbattuta più della prima volta. Non dubitò allora che qualche cosa di straordinario non le fosse accaduto, ed irritato del mistero che glie ne faceva: — Figlia,» le disse, acceso di collera, e sguainando la sciabola, «o voi mi direte ciò che mi tenete nascosto, o vi taglio la testa all’istante. —

«La principessa, più atterrita dalla voce e dalla minaccia del sultano offeso, che non dalla vista del ferro impugnato, ruppe finalmente il silenzio. — Mio caro padre e sultano,» sclamò colle lagrime agli occhi, «domando perdono a vostra maestà se mai la offesi. Spero però dalla sua bontà e clemenza che farà susseguire la compassione alla collera quando le avrò fatto l’esposizione fedele del tristo e miserando stato, nel quale mi sono trovata tutta questa notte e la precedente. —