Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/501

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«Dopo tale preambolo, che acchetò ed intenerì al quanto il sultano, gli narrò essa fedelmente quanto erale accaduto in quelle due spiacevoli notti, ma in modo sì commovente, ch’ei ne fu penetrato di dolore, per l’amore e la tenerezza che le portava. Essa finì con queste parole: — Se vostra maestà avesse il minimo dubbio sul racconto che le faccio, può informarsene dallo sposo che mi ha dato. Sono persuasa ch’egli renderà la medesima testimonianza alla verità ch’io le rendo. —

«Il sultano prese parte all’estrema amarezza che un’avventura sì straordinaria doveva aver cagionato alla principessa, e le disse: — Figliuola, avete torto a non esservi fin da ieri spiegata con me su d’un affare sì strano com’è quello che ora mi palesate, al quale non prendo minor interesse di voi medesima. Non v’ho maritata coll’intenzione di formare la vostra infelicità, ma bensì nell’idea di rendervi felice e contenta, e procurarvi tutto il bene che meritate, e che sperar potevate con uno sposo che parvemi di vostra convenienza. Scacciate dallo spirito le idee spiacevoli di tutto ciò che mi raccontaste: corro a far in modo che più non vi accadano notti tanto ingrate ed insopportabili quanto quelle che avete passate. —

«Rientrato il sultano nel suo appartamento, mandò a chiamare il ministro, e: — Visir,» gli disse, «avete veduto vostro figlio? non v’ha egli detto nulla?» Siccome il gran visir risposegli di non averlo veduto, il sultano gli narrò quanto raccontato aveva la principessa Badrulbudur. E terminando, soggiunse: — Non dubito che mia figlia non mi abbia detta la verità; pure mi riescirà gradito di averne la conferma dalla testimonianza di vostro figliuolo; andate dunque, e chiedetegli come sia la cosa. —

«Non tardò il gran visir ad andare in cerca del