Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/626

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«Le cose accaddero come la giovane maga mi aveva predetto. Amina non istette molto a tornare, e mentre inoltravasi, io me le presentai davanti, coll’acqua in mano, pronto a buttargliela addosso. Mandò colei un altissimo strido, e voltasi per raggiungere la porta, io la spruzzai d’acqua, pronunziando le parole insegnatemi dalla maga, e tosto essa rimase cangiata in cavalla, ch’è quella veduta ieri da vostra maestà.

«All’istante, e mentre durava la sua sorpresa, l’afferrai pei crini, e ad onta della sua resistenza, la strascinai nella scuderia. Postale quindi una cavezza, dopo averla legata, rimproverandole il suo misfatto e la sua nequizia, la castigai a suon di frustate, e per tanto tempo, che finalmente la stanchezza mi costrinse a cessare; ma mi riservai a farle ogni giorno il medesimo trattamento.

«Commendatore de’credenti,» soggiunse Sidi Numan, terminando la sua storia, «oso sperare che la maestà vostra non disapproverà la mia condotta, ma troverà invece che una donna sì pessima e perniciosa viene trattata con maggior indulgenza che non meriti.»

Finiva la notte quando Scheherazade metteva termine alla storia di Sidi Numan. Il sultano delle Indie si alzò, contentissimo di quel racconto, per andar a recitare la preghiera e presiedere al consiglio. L’indomani, Scheherazade, destata dalla sorella, continuò in codesti sensi: