Pagina:Le mille ed una notti, 1852, V-VI.djvu/465

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«La resistenza e le difficoltà infiammano il coraggio del principe arabo; egli approfitta de’ primi albori per partire, ed i delfini lo conducono all’isola Rossa, della quale supera l’estrema punta per volgersi all’isola Verde, ch’ei si propone di attaccare alla domane. Nè le figlie del mare hanno abbandonato il loro liberatore, e continuamente provveggono a’ di lui bisogni. L’eroe, abbandonandosi alla proprie riflessioni, rammenta i discorsi dei saggio Alabus. — Temo per voi meno la forza aperta che l’astuzia,» gli diceva l’aio. Egli si mette dunque in guardia contro quelle del genio che deve soggiogare; si addormenta pieno di fiducia tra le braccia della Provvidenza, e svegliasi la domane col cuore pieno d’ardore e di speranza.

«Vogava l’eroe tranquillamente verso il suo destino; di repente le tre sorelle alzano uno strido: spariscono la testa e le mani d’Ilzaide, che nuotava a fianco della zattera. Habib sguaina la scimitarra, si getta a nuoto, e trovasi imbarazzato nelle maglie delle reti; allora pronunzia la terribil parola, adopera il fendente del ferro, e le maglie cedono da tutte le parti. Prende Ilzaide, e la porta sul fodero: vola poi in soccorso delle sorelle; salvate anche queste, vede che la zattera si agita senza avanzare, e che i delfini trovansi impacciati nelle medesime reti; nuota loro intorno, e li scioglie. Per assicurarsi la via, monta sul primo delfino, e vola verso terra, rompendo a destra ed a sinistra le reti tese sul suo passaggio. Dalla cima d’una delle più alte torri del palazzo d’acciaio, il tiranno osserva l’oggetto che giunge alla sponda; vede che si oltrepassa la rete magica colla quale aveva ingombro il mare; il principe arabo sfugge a’ suoi sguardi, ma scorge sopra un oggetto che galleggia velocemente, un gruppo di tre donne quasi ignudo, nè può presumere contro quale specie di