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| e prime monete di venezia | 19 |
a quello d’Occidente; ma è un fatto che al tempo degli imperatori germanici questo cambiamento era già avvenuto. Gfròrer crede che, durante gran parte del tempo in cui regnarono in Italia i Carolingi, Venezia sia rimasta legata all’impero d’Oriente[1]. Il prof. G. B. Monticolo, nel suo pregiato e dotto lavoro sulla cronaca del Diacono Giovanni, ritiene che la dipendenza dei greci continuasse sino al principio dell’XI secolo[2], che mutassero soltanto poco a poco le condizioni politiche di Venezia di fronte a Bisanzio, di mano in mano che i Greci decadevano e Venezia acquistava nuove forze[3]; egli crede però che l’annuo tributo alla corte di Pavia non rappresentasse alcuna soggezione nemmeno di forma all’impero d’Occidente, ma che i favori accordati pel territorio d’Eraclea, pel taglio della legna, per l’amministrazione della giustizia, pel possesso dei beni e pei commerci nelle terre imperiali venissero compensati da quella contribuzione, la quale per nulla limitava la libertà di Venezia[4].
Ciò dimostra che l’illustre storico tedesco ed il dotto critico italiano non tennero il dovuto conto delle monete, e che nel discutere e cribrare con sottile analisi le più recondite ragioni di un passo dubbio o scorretto, non credettero far tesoro delle indicazioni sicure e contemporanee conservate all’argento monetato, dove non v’è pericolo di essere ingannati dalla incapacità o dalla negligenza di un amanuense che in epoche di ignoranza riporta un documento oggi scomparso.
Gfrörer crede che Giovanni Partecipazio II, mettendo sotto la protezione dell’imperatore anche i suoi possessi in Venezia nel trattato con Carlo il Grosso (883), abbia riconosciuto Venezia quale vassalla dell’impero[5]. Lo storico ne trae la conseguenza che il doge abbia giurato fedeltà all’imperatore[6], notizia che