Pagina:Le murate di Firenze, ossia, la casa della depravazione e della morte.djvu/10

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 7 —


fosse condotto in un modo così illegale e vergognoso, che alcuna condanna così apertamente ingiusta fosse inflitta, alcuna persecuzione con un odio così feroce ributtante insaziabile fosse mai promossa e consumata.

Era conveniente e giusto che l’amico rivendicasse il suo onore, e se, come spero, si risolverà a stampare i suoi scritti, anche coloro che s’intestarono a sostenere che quando il lume s’attacca vi deve essere o corda o uncino, toccheran con mano che esso non solo non era colpevole, ma che i giudici stessi che lo condannarono lo reputarono innocente. — Se mi si dice, così scrive l’amico, «io son reo di molti e gravi peccati dinanzi a Dio, chino la fronte e taccio, per » ché a mio danno e sventura è troppo vero; ma chi mi dice reo dinanzi alla umana giustizia è un men » titore; potrà dirlo sì, ma provarlo mai. Dio ha per » messo che io sia umiliato, castigato, svillaneggiato, e non posso rammaricarmene, anzi lo ringrazio, per » chè m’ha con questo procacciato un mezzo onde sod » disfare, almeno in parte, alla Divina Giustizia, e prestata occasione di riparare al bene colla salutee dell’anima mia. Ma se beneidico alla mano di Dio, che giustamente e saviamente mi ha percosso, non posso approvare, anzi condanno gli uomini che ne furono Io stromento, perchè essi non potevano e non dovevano per giustizia nè condannarmi nè punirmi. Se io ho offeso Dio, non ho però offesi gli uomini, se ho trasgredito la legge divina, ho pienamente e esattamente osservata la legge smana, e la umana giustizia non poteva e non doveva d’alcun modo colpirmi».

Lo dice, e lo prova; e il modo con cui lo prova è così chiaro, così certo, così compiuto, che non gli si può fare opposizione di sorta.