Pagina:Le murate di Firenze, ossia, la casa della depravazione e della morte.djvu/8

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ca, e ad ogni ora vuol mutare occupazione. Non ci voleva meno che un carcere così prolungato per aver tanto da lui.

Cominciai subito a leggere, e bastò cominciare perchè mi sentissi tirato a dedicare alla lettura di questi scritti tutto il maggior tempo di cui potessi disporre. La varietà delle descrizioni, l’amenità dei racconti, la piacevolezza dei dialoghi, sono pascolo così ghiotto alla dilettazione e alla curiosità del lettore, che quanto più legge, tanto più agogna di leggere.

L’opera ha le forme precise del romanzo, colla sola differenza che i fatti esposti, i racconti narrati non sono ghiribizzi e invenzioni di fantasia, ma cose tutte veramente e realmente accadute.

Due scopi si è proposto l’amico nei suoi scritti: l’uno di mostrare quanto siano vani e insufficienti gli sforzi della filosofia filantropia, che si argomenta di ottenere la riforma dei carcerati sottoponendoli piuttosto a un dato sistema di reclusione, che a un altro, niente curandosi poi, o almeno pochissimo occupandosi della loro morale e religiosa istruzione; l’altro di far conoscere quanto sia stata iniqua, ingiusta e vergognosa la persecuzione e la condanna che dovè esso soffrire.

La parte precipua del suo lavoro è diretta al primo scopo, e negli argomenti che egli discute, la ragion filosofica è sempre e così validamente ravvalorata e confermata dai molti fatti che esso durante la sua prigionia ha personalmente esaminati e conosciuti, che ogni suo asserto è provato con una evidenza che non ammette replica.

L’altra parte, che discorre la sua difesa, è a parer mio il meglio dell’opera, il fiore della pianta, la gemma del monile; sia che l’amico abbia atteso a questa