Pagina:Le opere di Galileo Galilei IV.djvu/226

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222 operetta intorno al galleggiare ecc.

non si avverte che quel filosofo non afferma che vada o che non vada, ma presupposta l’esperienza ne rende la cagione, e confessa che questa esperienza è difficile a strigare; basta che sia viva la sua ragione, che l’acqua, movendosi in giù, aggrava per non essere al proprio luogo.

Quanto al sospetto che potrebbe dare Archimede, non avendo fatto menzione della divisione del mezzo, ma solamente toccato il cacciamento dell’acqua, come causa di tornare a galla i solidi men gravi di lei; il Signor Galilei dice che si potrebbe sostenere per verissima la sentenza di Platone e di altri, che niegano assolutamente la leggerezza, contra il Buonamico ed il suo precettore Aristotile. Averci qui desiderato che il Galilei avesse detto, se sa che Anassimandro e Democrito mettevano l’universo infinito, dove naturalmente non può dirsi né su nè giù: il che ancora negò Timeo, appresso Platone, per cagione dell’assimiglianza; che, per essere il mondo sferico, ha solamente l’intorno e mezzo, de’ quali nè l’uno nè l’altro può aver su e giù (poi che il mezzo ò nel mezzo; e l’intorno, verso il suo antipode, sarebbe sopra o sotto); voleva ancora che tutti gli elementi fussero gravi, acciò che potessero restare nel proprio luogo. Ma Aristotile, considerando nel mondo l’estremo e mezzo, chiama l’estremo sopra e ’l mezzo sotto, e che naturalmente il sopra prima sia del sotto, sì come il destro del sinistro; sì che non per l’assimiglianza circulare, ma per la differenza dell’estremo al mezzo, vuole Aristotile che altro sopra, altro sotto, possa chiamarsi. Ora, essendo tre sorti di moti, cioè secondo la grandezza, secondo la qualità e secondo il luogo, non meno nel moto locale si fa la mutazione da un contrario all’altro, che la si faccia ne gli altri moti. E contrarli sono, secondo il luogo, sopra e sotto, e ne rende Alessandro la cagione: perchè l’istesso, come tale, non può essere in cose contrarie; e però il suggetto allora si dice mutarsi, quando lascia la prima forma e ne piglia un’altra. Ora, essendo il luogo forma, e movendosi il mobile dalla potenza all’atto, ed essendo questo moto naturale, poi che n’ha il mobile principio in sé stesso, ne segue chiaramente che ’l fuoco si muova in su, non per cacciamento de’ corpi più gravi, ma per sua natura. Ed io, conforme ad Aristotile, domando ora se il fuoco abbia moto naturale no: non si può negare ch’egli non l’abbia, perchè si darebbe no natura senza moto; e avendolo, non può all’ingiù: bisogna, dunque, che abbia potenza a salire, perchè si muove quello che può e non quello che non può: questa potenza chiamiamo leggerezza. Onde se egli non fusse inclinp.to per natura al suo luogo, ma che vi andasse cacciato, tal moto non gli sarebbe naturale, ma fuor di natura; poi che tal principio non è a lui intrinseco nè naturale, ma del tutto estrinseco e violento. E, adunque, leggiero il fuoco per sua natura, e non per privazione: anzi vediamo, e lo nota Simplicio, che il maggior fuoco più presto si leva in alto che il minore, il quale pur dovrebbe esser men grave che il maggiore.

Finalmente, tutto quello che si è detto della resistenza del mezzo, qua si appartiene. Si concede bene da noi il cacciamento, per non darsi il vacuo e per la