Pagina:Le poesie di Catullo.djvu/107

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trad. da Mario Rapisardi 107


E per le immense regioni ombrose
     Dell’ètere con sè toltomi a volo,
     81Nel casto sen di Venere mi pose.

Chè Arsinoe Zefiritide dal suolo
     Cirenaico il mandava, ella ch’è grata
     84Alle sponde canopie, acciò che solo

Tra le faci diverse, ond’è gemmata
     L’aria, non rimanesse il serto d’oro,
     87Di cui fu già Ariana incoronata;

Ma fosse dato in tra l’etereo coro
     Sorger degli astri e a noi, devote spoglie
     90Del biondo capo, e scintillar con loro.

Così la Dea m’apre del ciel le soglie,
     E me, ch’ero umidetta anco di pianto,
     93Nel tempio degli Dei nov’astro accoglie.

Presso a Calisto licaonia intanto
     Piego all’occaso, ed al Leon gagliardo
96E alla vergine Astrea passo daccanto;

E quasi duce innanzi movo al tardo
     Boote, che nell’alto oceano appena
     99Ultimo immerge il luminoso sguardo.