Pagina:Le poesie di Catullo.djvu/87

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trad. da Mario Rapisardi 87


26T’avrei seguito ancella, avrei gioconda
     Queste mie mani al tuo servigio addetto,
     Terso i bianchi tuoi piè nella pura onda,
     Ricoperto di porpore il tuo letto.
     Ma a che per questa solitaria sponda
     All’aure ignare i miei lamenti io getto?
     Forse alcun senso di pietade esse hanno,
     E udir mie voci e a me risponder sanno?

27Ei per l’onde sen va mentre ch’io gemo;
     Nè uman vestigio su l’arena appare:
     Così feroce nel momento estremo
     La fortuna ai miei mali ama insultare;
     Ed un’orecchia invidia al mio supremo
     Dolor, che ascolti le mie voci amare!
     Oh, non avesse mai l’ateniese
     Prora, gran Dio, toccato il mio paese!

28Mai non avesse il perfido nocchiero,
     Recando al Toro indomito il tributo,
     Qui legato la fune e lusinghiero
     Da noi, nel tetto nostro, ospizio avuto!
     Malvagio! E mascherar sì rio pensiero
     Sotto un volto sì affabile ha saputo!
     Ma che rammento io mai? Di qual consiglio
     Mi giovo? A che speranza ora mi appiglio?