Pagina:Le rime di Lorenzo Stecchetti.djvu/637

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adjecta. 605


     Un tempo, e ben lo sai, morta di fame,
15schiava del tuo stranier temprò la plebe
ceppi a sè stessa su la propria incude:
pe’ sarcedoti tuoi le turbe grame
reser feconde le sudate glebe
e sul solco natio caddero ignude
20ai campi della Chiesa util letame;
ma un Dio consolatore
da’ sacri templi a lor dicea: «Soffrite,
turbe nate al dolore
e che felici nel dolor morite,
25poi che v’aspetta in ciel di Dio il sorriso
e sol de’ tribolati è il paradiso».

     Dolci tempi, o Signor, ma triste il giorno
in cui la libertà disse il suo nome
la prima volta nella rea Parigi,
30poi che le turbe allor volsero intorno
torbido l’occhio e scossero le some
brandendo l’armi ad operar prodigi
di che all’anime pie duro è il ritorno.
Germogli del mal seme
35crebbe il tristo terren le idee novelle;
compresso indarno, freme
tra i nuovi ceppi il popolo ribelle
e poi che in cor gli agonizzò la fede
non più la libertà, ma il pan ci chiede.