Pagina:Leonardo - Trattato della pittura, 1890.djvu/26

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iv giorgio vasari

Vinci;1 e nella erudizione e principj delle lettere arebbe fatto profitto grande, se egli non fusse stato tanto vario ed instabile. Perciocchè egli si mise a imparare molte cose; e incominciate, poi l’abbandonava. Ecco, nell’abbaco, egli in pochi mesi ch’e’ v’attese, fece tanto acquisto, che movendo di continuo dubbj e difficultà al maestro che gl’insegnava, bene spesso lo confondeva. Dette alquanto d’opera alla musica; ma tosto si risolvè a imparare a suonare la lira, come quello che dalla natura aveva spirito elevatissimo e pieno di leggiadria, onde sopra quella cantò divinamente all’improvviso.2 Nondimeno, benchè egli a sì varie cose attendesse, non lasciò mai il disegnare ed il fare di rilievo, come cose che gli andavano a fantasia più d’alcun’altra. Veduto questo, ser Piero, e considerato la elevazione di quello ingegno, preso un giorno alcuni de’ suoi disegni, gli portò ad Andrea del Verrocchio ch’era molto amico suo, e lo pregò strettamente che gli dovesse dire, se Lionardo attendendo al disegno farebbe alcun profitto. Stupì Andrea nel veder il grandissimo principio di Lionardo, e confortò ser Piero che lo facesse attendere; onde egli ordinò con Lionardo ch’e’ dovesse andare a bottega di Andrea: il che Lionardo fece volentieri oltre a modo: e non solo esercitò una professione, ma tutte quelle, ove il disegno s’interveniva; ed avendo uno intelletto tanto divino e maraviglioso, che essendo bonissimo geometra, non solo operò nella scultura, facendo nella sua giovanezza di terra alcune teste di femine che ridono, che vanno formate per l’arte

    notizie tolte al Gerli, al Fiorillo e ad altri (Vita ed opere di Leonardo da Vinci, Lipsia, 1834, in-8o), ma senza originali osservazioni e senza critica. Già molto imperfetto era riuscito il saggio di G. C. Brun, Vita ed arte di Leonardo da Vinci. † Di Leonardo molti altri hanno scritto in quest’ultimi anni, massimamente fuori d’Italia. Noi ci contentiamo di registrare, tra gl’Italiani: J. B. Venturi, Essai sur les ouvrages physico-mathèmatiques de L. de Vinci, Paris, 1797; Libri, Histoire des sciences mathèmatiques en Italie; Girolamo Luigi Calvi, nella parte III delle Notizie de’ principali professori di belle arti che fiorirono in Milano, ecc., Milano, Borroni, 1869; Gustavo Uzielli, Ricerche intorno a Lionardo da Vinci, Firenze, Pellas, 1872; e i professori Giuseppe Mongeri, Gilberto Govi e Cammillo Boito, ne’ loro scritti pubblicati nel Saggio delle Opere di Lionardo da Vinci, con ventiquattro tavole fotolitografiche di scritture e disegni, tratti dal codice Atlantico, Milano, Tito di Giovanni Ricordi, 1872, in-fol. max.; il marchese Girolamo Salvaterra D’Adda, nel suo articolo Léonard de Vinci, la gravure milanaise et Passavant, nella Gazette de Beaux Arts, 1869, e nell’altro Leonardo da Vinci e la sua libreria, Milano, 1873, in-8°; e tra gli stranieri: Delécluze, Ch. Clément, Ch. Blanc e Rio; dai quali tutti si hanno più o meno nuovi particolari intorno alla vita ed alle opere così artistiche come scientifiche di Leonardo.

  1. Fu figliuolo naturale di ser Piero d’Antonio di ser Piero di ser Guido da Vinci, natogli da una certa Caterina, donna di Cattabriga o Accattabriga, di Piero di Luca del luogo stesso. Dalle denunzie pubblicate dal Gaye (I, 223, 224) si viene a sapere con certezza che il nostro Leonardo nacque nel 1452. Vinci è castello nel compartimento fiorentino, presso Empoli.
  2. Delle poesie di lui non ci resta che il seguente sonetto, conservatoci dal Lomazzo e ristampato più volte:

    Chi non può quel che vuol, quel che può voglia;
         Che quel che non si può, folle è volere.
         Adunque saggio l’uomo è da tenere,
         Che da quel che non può suo voler toglia.
    Però che ogni diletto nostro e doglia
         Sta in sì e no saper, voler, potere.
         Adunque quel sol può, che col dovere
         Ne trae la ragion fuor di sua soglia.
    Nè sempre è da voler quel che l’uomo potè;
         Spesso par dolce quel che torna amaro.
         Piansi già quel ch’io volsi, poi ch’io l’ebbi.
    Adunque tu, lettor di queste note,
         S’a te vuoi esser buono e agli altri caro,
         Vogli sempre poter quel che tu debbi.

    † Intorno a questo sonetto vedasi nel giornale romano Il Buonarroti, fascicoli di giugno e d’agosto 1875, un articolo di Gustavo Uzielli intitolato Sopra un sonetto attribuito a Lionardo da Vinci. Esso non è di Leonardo, ma di Antonio di Matteo di Meglio, araldo della Signoria di Firenze dal 1418 al 1446, in cui morì, al quale è assegnato dalla maggior parte de’ codici del secolo xv delle biblioteche fiorentine.