Pagina:Leonardo prosatore.djvu/356

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gli poteva servire o che gì’interessava man mano che gliene veniva l’idea, senza ordine alcuno: sì che spesso è avvenuto anche a valenti lettori d’unire quello che doveva essere separato.

Ecco un’altra traccia; ma questa allude sicuramente alle voci sinistre che correvano sul Moro: per l’usurpazione sempre meno mascherata del potere ai danni del nipote, o per la sua chiamata dei Francesi in Italia?

«Il Moro co’ gli occhiali e la Invidia colla falsa Infamia dipinta e la Giustizia nera pel Moro»1.

Ma è molto dubbio, almeno, se si debba farne una cosa sola con quest’altra:

«La Fatica con la vite in mano».

A ogni modo, non sarebbe mai da intendere la vite pianta, dando a essa il simbolo cantato dallo Zanella in Egoismo e Carità, e interpretando, come fa il Solmi: «il Moro lavora solo per il bene altrui», ma sarebbe da intendere la vite meccanica, che bene può essere attributo della Fatica.

Abbastanza sibillini sono quest’altri cenni in cui non so ricostruire nè il nesso d’idee che li dovrebbe legare, nè l’insieme d’una visione pittorica.

Il Solmi non esita a dirli una rappresentazione allegorica — bugiarda naturalmente — dell’imprigionamento di Filippo Eustachio e di Luigi Terzaghi (1489), fatto sotto colore di punire macchinazioni contro Gian Galeazzo, ma in realtà per togliergli amici:

«L’Ermellino col fango. Galeazzo fra tempo tranquillo. Effige di Fortuna. Lo strugolo colla pazienza fa nascere i figlioli. L’oro in verghe s’affinisce nel foco»2. Note sconnesse,

  1. Manoscritto H., 88 v. — Ch. Ravaisson-Mollien credè di trovare lo schizzo corrispondente a questo cenno nel disegno, molto confuso, della collezione Bonnat, riprodotto dal Berenson, pl. CXX; e ne diè comunicazione nel «Bull, de la Société nationale des antiquaires de France», 1894, p. 191-93.
  2. H., 98 r.