Pagina:Leopardi, Giacomo – Canti, 1938 – BEIC 1857225.djvu/114

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CANTI de’ tuoi bambini, il niveo collo intanto porgendo, e lor di tue cagioni ignari con la man leggiadrissima stringevi al seno ascoso e desiato. Apparve novo ciel, nova terra, e quasi un raggio divino al pensier mio. Cosi nel fianco non punto inerme a viva forza impresse il tuo braccio lo strai, che poscia fitto ululando portai finch’a quel giorno si fu due volte ricondotto il sole. Raggio divino al mio pensiero apparve, donna, la tua beltà. Simile effetto fan la bellezza e i musicali accordi, ch’alto mistero d’ignorati Elisi paion sovente rivelar. Vagheggia il piagato mortai quindi la figlia della sua mente, l’amorosa idea, che gran parte d’Olimpo in sé racchiude, tutta al volto ai costumi alla favella pari alla donna che il rapito amante vagheggiare ed amar confuso estima. Or questa egli non già, ma quella, ancora nei corporali amplessi, inchina ed ama. Alfin l’errore e gli scambiati oggetti conoscendo, s’adira; e spesso incolpa la donna a torto. A quella eccelsa imago sorge di rado il femminile ingegno; e ciò che inspira ai generosi amanti la sua stessa beltà, donna non pensa, né comprender potria. Non cape in quelle anguste fronti ugual concetto. E male al vivo sfolgorar di quegli sguardi spera l’uomo ingannato, e mal richiede sensi profondi, sconosciuti, e molto più che virili, in chi dell’uomo al tutto