Pagina:Leopardi, Giacomo – Canti, 1938 – BEIC 1857225.djvu/115

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XXIX. ASPASIA da natura è minor. Che se più molli e più tenui le membra, essa la mente men capace e men forte anco riceve. Né tu finor giammai quel che tu stessa inspirasti alcun tempo al mio pensiero, potesti, Aspasia, immaginar. Non sai che smisurato amor, che affanni intensi, che indicibili moti e che deliri movesti in me ; né verrà tempo alcuno che tu l’intenda. In simil guisa ignora esecutor di musici concenti quel ch’ei con mano o con la voce adopra in chi l’ascolta. Or quell’Aspasia è morta che tanto amai. Giace per sempre, oggetto della mia vita un di: se non se quanto, pur come cara larva, ad ora ad ora tornar costuma e disparir. Tu vivi, bella non solo ancor, ma bella tanto, al parer mio, che tutte l’altre avanzi. Pur quell’ardor che da te nacque è spento: perch’io te non amai, ma quella Diva che già vita, or sepolcro, ha nel mio core. Quella adorai gran tempo; e si mi piacque sua celeste beltà, ch’io, per insino già dal principio conoscente e chiaro dell’esser tuo, dell’arti e delle frodi, pur ne’ tuoi contemplando i suoi begli occhi, cupido ti seguii finch’ella visse, ingannato non già, ma dal piacere di quella dolce somiglianza un lungo servaggio ed aspro a tollerar condotto. Or ti vanta, che il puoi. Narra che sola sei del tuo sesso a cui piegar sostenni l’altero capo, a cui spontaneo porsi