Pagina:Leopardi, Giacomo – Canti, 1938 – BEIC 1857225.djvu/115

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xxix. aspasia 109


da natura è minor. Che se piú molli
e piú tenui le membra, essa la mente
men capace e men forte anco riceve.

     Né tu finor giammai quel che tu stessa
inspirasti alcun tempo al mio pensiero,
potesti, Aspasia, immaginar. Non sai
che smisurato amor, che affanni intensi,
che indicibili moti e che deliri
movesti in me; né verrá tempo alcuno
che tu l’intenda. In simil guisa ignora
esecutor di musici concenti
quel ch’ei con mano o con la voce adopra
in chi l’ascolta. Or quell’Aspasia è morta
che tanto amai. Giace per sempre, oggetto
della mia vita un dí: se non se quanto,
pur come cara larva, ad ora ad ora
tornar costuma e disparir. Tu vivi,
bella non solo ancor, ma bella tanto,
al parer mio, che tutte l’altre avanzi.
Pur quell’ardor che da te nacque è spento:
perch’io te non amai, ma quella Diva
che giá vita, or sepolcro, ha nel mio core.
Quella adorai gran tempo; e sí mi piacque
sua celeste beltá, ch’io, per insino
giá dal principio conoscente e chiaro
dell’esser tuo, dell’arti e delle frodi,
pur ne’ tuoi contemplando i suoi begli occhi,
cupido ti seguii finch’ella visse,
ingannato non giá, ma dal piacere
di quella dolce somiglianza un lungo
servaggio ed aspro a tollerar condotto.

     Or ti vanta, che il puoi. Narra che sola
sei del tuo sesso a cui piegar sostenni
l’altero capo, a cui spontaneo porsi