Pagina:Leopardi, Giacomo – Canti, 1938 – BEIC 1857225.djvu/176

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170 APPENDICE realmente da un Poeta greco di molta fama, e quel eh’è più, vissuto in quei medesimi tempi, cioè Simonide, come si vede appresso Diodoro nell’undecimo libro, dove recita anche certe parole di esso Poeta; lasciando l’epitaffio riportato da Cicerone e da altri. Due o tre delle quali parole recate da Diodoro sono espresse nel quinto verso dell’ultima strofe. Ora io giudicava che a nessun altro Poeta lirico né prima né dopo toccasse mai verun soggetto cosi grande né conveniente. Imperocché quello che rac¬ contato o letto dopo ventitré secoli, tuttavia spreme da occhi stra¬ nieri le lagrime a viva forza, pare che quasi veduto, e certamente udito a magnificare da chicchessia nello stesso fervore della Grecia vincitrice di un’armata quale non si vide in Europa se non allora, fra le maraviglie i tripudj gli applausi le lagrime di tutta una eccellentissima nazione sublimata oltre a quanto si può dire o pensare dalla coscienza della gloria acquistata, e da quell’amore incredibile della patria eh’è passato in compagnia de’secoli an¬ tichi, dovesse ispirare in qualsivoglia Greco, massimamente Poeta, affetto e furore onninamente indicibile e sovrumano. Per la qual cosa dolendomi assai che il sovraddetto componimento fosse per¬ duto, alla fine presi cuore di mettermi, come si dice, nei panni di Simonide, e cosi, quanto portava la mediocrità mia, rifare il suo canto, del quale non dubito di affermare, che se non fu ma- raviglioso, allora e la fama di Simonide fu vano rumore, e gli scritti consumati degnamente dal tempo. Di questo mio fatto, se sia stato coraggio o temerità, sentenzierete Voi, Signor Cavaliere, e altresi, quando vi paia da tanto, giudicherete della seconda Canzone, la quale io v’offro umilmente e semplicemente insieme coll’altra, acceso d’amore verso la povera Italia, e quindi animato di vivissimo affetto e gratitudine e riverenza verso cotesto numero presso che impercettibile d’italiani che sopravvive. Né temo se non ch’altri mi vituperi e schernisca della indegnità e miseria del donativo; che quanto a voi non ignoro che siccome l’eccellenza del vostro ingegno vi dimostrerà necessariamente a prima vista la qualità dell’offerta, cosi la dolcezza del cuor vostro vi sforzerà d’accettarla, per molto ch’ella sia povera e vile, e conoscendo la vanità del dono, a ogni modo procurerete di scusare la confidenza del donatore, forse anche vi sarà grato quello che non ostante la benignità vostra, vi converrà tenere per dispregevole.