Pagina:Leopardi, Giacomo – Canti, 1938 – BEIC 1857225.djvu/180

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174 APPENDICE sasse, e ventitré secoli dopo ch’ell’è seguita; abbiamo a far con¬ gettura di quello che la sua ricordanza dovesse potere in un greco,, e poeta, e de’ principali, avendo veduto il fatto, si può dire, cogli occhi propri, andando per le stesse città vincitrici d’un esercito molto maggiore di quanti altri si ricorda la storia d’Europa, ve¬ nendo a parte delle feste, delle maraviglie, del fervore di tutta una eccellentissima nazione, fatta anche più magnanima della sua natura dalla coscienza della gloria acquistata, e dall’emulazione di tanta virtù dimostrata pur allora dai suoi. Per queste considera¬ zioni riputando a molta disavventura che le cose scritte da Simo- nide in quella occorrenza fossero perdute, non ch’io presumessi di riparare a questo danno, ma come per ingannare il desiderio, procurai di rappresentarmi alla mente le disposizioni dell’animo del poeta in quel tempo, e con questo mezzo, salva la disugua¬ glianza degl’ingegni, tornare a fare la sua canzone; della quale io porto questo parere, che o fosse maravigliosa, o la fama di Simonide fosse vana e gli scritti perissero con poca ingiuria. Voi, Signor Cavaliere, sentenzierete se questo mio proponimento abbia avuto più del coraggioso o del temerario; e similmente farete giudizio della seconda Canzone, ch’io v’offro insieme col¬ l’altra candidamente e come quello che facendo professione d’a¬ mare più che si possa la nostra povera patria, mi tengo per obbligato d’affetto e riverenza particolare ai pochissimi Italiani che sopravvivono. E ho tanta confidenza nell’umanità dell’animo vostro, che quantunque siate per conoscere al primo tratto la povertà del donativo, m’assicuro che lo accetterete in buona parte, e forse anche l’avrete caro per pochissima o niuna stima che ne convenga fare al vostro giudizio.