Pagina:Leopardi - Canti, Piatti, Firenze 1831.djvu/113

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canto xv. 107

Che mi scendesti in seno. Era quel dolce
E irrevocabil tempo, allor che s’apre
Al guardo giovenil questa infelice
Scena del mondo, e gli sorride in vista
30Di paradiso. Al garzoncello il core
Di vergine speranza e di desio
Balza nel petto; e già s’accinge a l’opra
Di questa vita come a danza o gioco
Il misero mortal. Ma non sì tosto,
35Amor, di te m’accorsi, e ’l viver mio
Fortuna avea già rotto, ed a questi occhi
Non altro convenia che ’l pianger sempre.
Pur se talvolta per le piagge apriche,
Su la tacita aurora o quando al sole
40Brillano i tetti e i poggi e le campagne,
Scontro di vaga donzelletta il viso;
O qualor ne la placida quiete
D’estiva notte, il vagabondo passo
Di rincontro a le ville soffermando,
45L’erma terra contemplo, e di fanciulla
Che a l’opre di sua man la notte aggiunge
Odo sonar ne le romite stanze
L’arguto canto; a palpitar si move
Questo mio cor di sasso: ahi, ma ritorna
50Tosto al ferreo sopor; ch’è fatto estrano