Pagina:Leopardi - Canti, Piatti, Firenze 1831.djvu/127

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canto vii. 121

Con far misero altrui far se men tristo,
Si che nocendo usar procaccia il tempo.
E chi virtute o sapienza ed arti
95Perseguitando, e chi la propria genie
Conculcando e l’estrane, o di remoti
Lidi turbando la quiete antica
Col mercatar, con l’armi e con le frodi,
La destinata sua vita consuma.
     100Te più mite desio, cura più dolce
Regge nel fior di gioventù, nel bello
Aprii de gli anni, altrui giocondo e primo
Dono del ciel, ma grave, amaro, infesto
A chi patria non ha. Te punge e move
105Studio del vero, e di ritrarre in carte
Il bel che raro e scarso e fuggitivo
Appar nel mondo, e quel che più benigna
Di natura e del ciel, fecondamente
A noi la vaga fantasia produce
110E ’l nostro proprio error. Ben mille volte
Fortunato colui che la caduca
Virtù del caro immaginar non perde
Per volger d’anni; a cui serbare eterna
La gioventù del cor diedero i fati;
115Che ne la ferma e ne la stanca etade,
Così come solea ne l’età verde,