Pagina:Lettere autografe Colombo.djvu/147

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di cristoforo colombo 123

avere finito, allora mi trovai cominciare. Ivi mutai proposito di voler ritornare alle minere, e far alcuna cosa, fin che venisse tempo per ritornare al mio viaggio; dove che appresso il porto a quattro leghe ritornò grandissima fortuna, e mi faticò tanto e tanto, che io medesimo non sapeva di me. Quivi si mi rinfrescò del male la piaga: nove giorni andai perso senza alcuna speranza di vita: occhi mai vedettero mare tanto alto, nè così brutto, come allora era; buttava spuma assai: il vento non era per andare innanzi, nè ancora mi dava luogo per andare verso alcuna parte, salvo che mi deteneva in questo mare fatto come sangue: bolleva come caldera per gran fuoco. Il cielo giammai fu visto così spaventoso: un dì e una notte ardette come forno, e buttava nè più nè manco la fiamma con li folgori, che ogni fiata stava guatando se mi avesse arso li mastelli con le vele: venivano questi folgori con tanta furia e spaventevoli, che tutti si esistimavano dovessino affondare li navigli; in tutto questo mai cessò acqua dal cielo, non per dire che piovesse, se non che rassomigliava un altro diluvio: la gente già era tanto faticata e penosa, che ognuno per se desioso era di morte, per uscire di tanto martiro: li navigli due fiate già avevano perso le barche, le ancore, le corde, senza vele, erano ancora aperti.

Quando piacque a Dio, ritornai ad un porto dimandato Porto Grosso, dove meglio che puotti mi preparai di ogni cosa mi era necessario, e tornai un’altra fiata verso di Beragna per il mio cammino: ancora che io era in ordine per navicare, tuttavolta mi erano il vento e corrente contrari. Aggiunsi quasi dove prima era aggionto, e un’altra fiata mi venne vento e corrente all’incontro, e tornai un’altra fiata al porto; che non avei ardimento aspettare la opposizion di Saturno con Marte,