Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/20

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14 ii - comento sopra alcuni de’ suoi sonetti


E, giudicando piú tosto secondo la natura comune e consuetudine universale degli uomini, se bene non lo oserei affermare, pure credo l’amore tra gli uomini non solamente non essere reprensibile, ma quasi necessario ed assai vero argumento di gentilezza e grandezza d’animo, e sopratutto cagione d’invitare gli uomini a cose degne ed eccellenti, ed esercitare e riducere in atto quelle virtú che in potenzia sono nell’anima nostra. Perché chi cerca diligentemente quale sia la vera difinizione dell’amore, trova non essere altro che appetito di bellezza. E se questo è, tutte le cose deforme e brutte necessariamente dispiacciono a chi ama.

E mettendo per al presente da parte quello amore, il quale, secondo Platone, è mezzo a tutte le cose a trovare la loro perfezione e riposarsi ultimamente nella suprema Bellezza, cioè Dio, parlando di quello amore che s’estende solamente ad amare l’umana creatura, dico che, se bene questa non è quella perfezione d’amore che si chiama «sommo bene», almanco veggiamo chiaramente contenere in sé tanti beni ed evitare tanti mali, che secondo la comune consuetudine della vita umana tiene luogo di bene, massime se è ornata di quelle circostanzie e condizioni che si convengono ad un vero amore, che mi pare siano due: la prima che si ami una cosa sola, la seconda che questa tale cosa si ami sempre. Queste due condizioni male possono cadere se il subietto amato non ha in sé, a proporzione dell’altre cose umane, somma perfezione, e che oltre alle naturali bellezze non concorra nella cosa amata ingegno grande, modi e costumi ornati e onesti, maniera e gesti eleganti, destrezza d’accorte e dolci parole, amore, constanzia e fede. E queste cose tutte convengono necessariamente alla perfezione dell’amore, perché, ancoraché il principio d’amore nasca dagli occhi e da bellezza, nondimeno alla conservazione e perseveranza in esso bisognano quell’altre condizioni; perché, o se per infermitá o per etá o per altra cagione si scolorissi il viso e mancassi in tutto o in parte la bellezza, restino tutte quell’altre condizioni non meno grate all’animo e al cuore che la bellezza agli occhi. Né sarebbono ancora queste tali condizioni sufficienti, se ancora in