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208 iii - rime

LXV

[Convegno notturno.]


     O veramente felice e beata
notte, che a tanto ben fusti presente;
o passi ciechi, scorti dolcemente
da quella man suave e delicata;
     voi, Amor e ’l mio cor e la mia amata
donna sapete sol, non altra gente,
quella dolcezza che ogni umana mente
vince, da uom giamai non piú provata.
     Oh piú ch’altra armonia di suoni e canti
dolce silenzio; oh cieche ombre, che avesti
di lacrimosa luce privilegio!
     Oh felici sospiri e degni pianti!
oh superbo desio, che presumesti
voler sperare aver sí alto pregio!


LXVI

Sonetto fatto ex tempore, ad saxum in lucu repertum.


     Giá fui misero amante, or trasformato
per la vaghezza di due occhi belli
da una ninfa tra verdi arbuscelli,
di amante un duro sasso diventato.
     Se qualche gentil cor quinci è passato,
per esemplo di me sia piú saggio elli;
né faccia gli occhi alla ragion ribelli,
perché son tesi i lacci in ogni lato.
     Benché rigida pietra, ancor mi resta
tanta pietá, che ammonir posso altrui
e farlo saggio col pericol mio.
     Cauto cogli occhi bassi e con la testa
passi di qui chi è come giá fui,
ché ancora in questi luoghi Amore è dio.