Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/222

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216 iii - rime

LXXXI

[«Sempre vive Amore».]


     — Quando morrá questa dolce inimica
Speranza, che sostien la vita amara,
che muor quando la dolce luce e chiara,
tornando agli occhi, il cor lieto nutrica?
     La Fede data, sorella ed amica
della Speranza lacrimosa e cara,
Fede gentil, al mondo oggi sí rara,
quando morrá? Amor, fa’ che mel dica.
     Amor, tu taci, e sei cagion ch’io mora;
queste, ch’io viva: allor morte desiro,
la vita a te, o amoroso errore. —
     Risponde sorridendo Amore allora:
— Dolce è la morte, e lor vita un martíro:
lor morran presto, e sempre vive Amore. —


LXXXII

[Invano chiede al bel fiume notizie della sua donna lontana.]


     O chiaro fiume, tu ne porti via
nelle rapide tue volubil’onde
di que’ begli occhi, ch’or Fortuna asconde,
lacrime triste della donna mia.
     Il flebil mormorio tuo, ch’io sentia,
che a’ miei lamenti miseri risponde,
mel dice certo; alle tue verdi sponde
conduce il pianto un rio che in te si svia.
     Deh! frena alquanto il tuo veloce corso:
cosí del Sirio can giá mai t’offenda,
rapido fiume, il venenoso morso.
     Con Frison, con Eufrate contenda:
tu pur fuggi e mi nieghi il tuo soccorso,
né vuoi del mio bel Sol novelle intenda.