Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/236

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230 iii - rime

ma splende il core acceso di tal luce,50
e se non vive, assai piú lieto muore. —
     Questo parlar suave
dette a’ miei spirti lassi
qualche ardire, e movendo i lenti passi,
da quei piú belli accompagnati, al loco55
givan dubbiosi, ove Amor lieto stassi:
lá dove a poco a poco
sicuri in cosí bello e dolce foco,
giá d’Amor spirti non paurosi o tristi,
stavan confusi e misti60
con quei che mossi avea la pia virtue.
Saria occhio cervèro
chi l’un dall’altro discernessi piue.
Alcuno in quello altèro
sguardo si pasce, bello, dolce e grave;65
altri dal volto nutrimento invola,
altri dal petto e dalla bianca gola,
altri in preda la man e i crin d’òrFonte/commento: sbiadito, ma sempre òr: sonn. 19, 106; canz. VI etc. have.
     Certo converria bene
che chi narrar volessi70
tante bellezze, e’ fior diversi e spessi
che al nuovo tempo per le piagge Flora
mostra, contare ad uno ad un potessi:
né son del petto fòra
tanti spirti d’Amor creati ancora,75
che non sien le beltá per ognun mille.
Onde eterne faville
manda al cor la bellezza sempre nova.
Gli spirti or questa or quella
porton per gli occhi al cor ciascuno a pruova.80
Oh dolce preda e bella,
che ogni spirto amoroso agli òmer tiene!
Cosí, acceso ognor di piú disio,
da quei begli occhi al loco ov’è il cor mio,
senza fermarsi mai, chi va, chi viene.85