Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/240

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234 iii - rime

anzi sempre lo truovo ove son io.
Veggo quegli occhi di pietate adorni:
e par spesso mi torni
innanzi quel che disiai giá tanto.55
Queste parole suonon nella mente:
— Offerto t’ha il tuo ben, anzi è presente,
che tu cercasti giá con grieve pianto. —
Onde un pensier dentro dal cor si serra,
che, s’è presente, assente mi fa guerra.60
     Questo pensiero e il riguardare indrieto
qual sia suta mia vita,
mentre inimico fui a mia salute,
mi fêr veder che ’l dolce sguardo lieto,
e ’l simulato aita65
era alfin per lungar mia servitute.
E, perché poco val quella virtute
che ’l mal vede venir, se non soccorre,
pensai quel nodo sciôrre,
che all’alma avea il suo bel viver tolto,70
e renderli l’antica libertate:
e piú forza ebbe in me la mia pietate,
che quella che mostrava il vago volto.
Cosí mi tolsi dall’error commesso,
e libero rendei me a me stesso.75
     Priega, canzon, il bel figlio di Venere,
che omai l’ardente face
per me rimetta e lo stral fiammeggiante:
spento è il suo foco, e, se ancor caldo è il cenere,
non prolunghi la pace80
per questo che fatto è il core adamante:
né inquieti omai la mente errante
con sue speranze, o pensi piú condurne
per vision notturne
al primo impio disio ove giá m’ebbe:85
poiché, quando era avermi in sua possanza,
non vòlse, di me perda ogni speranza,