Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/262

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256 iv - selve d’amore

12

     Amore e mia usanza pur mi mena
nel loco dove fûr gli ultimi sguardi,
fine al mio ben, principio a tanta pena;
né veggo que’ begli occhi, ovunque io guardi;
onde dolente e tristo e vivo a pena
mi parto, e movo i passi lenti e tardi
in qualche parte, per veder allora
da lungi almen dove il mio ben dimora.

13

     Quivi con Amor parlo e con me stesso,
e dico mille volte: — Oimè lasso!
Lá è il mio bel signor, e stassi appresso
all’ombra forse d’arbori o d’un sasso;
qualche rozzo villan parla con esso
o altri, e non si cura o scosta un passo:
ed io, che vivo sol della sua vista,
son sí di lungi: or piangi, anima trista. —

14

     Io non so, non che dir, se pensar deggia
sanza uno stuol d’infiniti sospiri:
ché forse alcun que’ begli occhi vagheggia,
e par che fiso e d’appresso gli miri,
e quella bella man tocca e maneggia:
e, per crescere in tutto i mia martíri,
Amor in preda d’altri alfin mi mostra
la sua bellezza e la dolcezza nostra.

15

     Lasso! che pena ho io, se mi rimembra
chi gode in pace tanta sua bellezza,
e vede e tocca le pulite membra
ad ognor, quando vuole, e non le prezza!
Me divide Fortuna, allunga e smembra
dal suo bel viso e da tanta dolcezza:
né bramo al mondo o prezzo se non quelle
membra, e non posso udirne pur novelle.