Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/263

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

selva seconda 257

16

     E, se qualche novella sento pure,
sol questo è, che ’l pensier mi rappresenta
tra tanti mie’ martír mille paure;
e voglia e gelosia pur mi tormenta,
disio, dispetto, invidia e triste cure;
e Fortuna, al mio ma! pronta ed attenta,
mi perseguita sempre; Amor mi uccide,
poi di tanto mio mal s’allegra e ride.

17

     Mentre che ’l cor cosí s’affligge e geme
e di tanto mio mal meco si duole,
allor che piú desia e che piú teme,
il pianto in preda l’ha, e morte il vuole;
surge una dolce e desiata speme,
che mi conforta colle sue parole,
e dice: — Ancor quel bel viso vedrai
lieto, dolce, amoroso piú che mai.

18

     Quegli occhi belli, lieti ed amorosi,
poche accorte e dolcissime parole,
queteranno i pensier tuoi disiosi
e l’alma afflitta, che a ragion si duole.
Faran quegli occhi, ch’or ti sono ascosi,
come fa tra le folte nebbie il sole:
fuggirá il pianto e’ tua sospir dolenti
dinanzi all’amorose luci ardenti.

                                                                           19           Descrizione dell’estate.

     Tosto che appare al tuo cieco orizzonte
la luce che nel cor sempre risplende,
e della cima di quel sacro monte
quello amoroso raggio agli occhi scende,
non convien por la man sopra la fronte,
ché questo dolce lume non offende.
O che bell’alba! o Titon vecchio, allora
abbiti sanza invidia la tua Aurora.


Lorenzo il Magnifico, Opere - i. 17