Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/267

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selva seconda 261

32

     Vengon per onorare il mio bel sole
satir saltanti coronati e destri:
Pan vien sonando, e in sua compagnia vuole
fauni, e in man hanno verdi mái alpestri:
candide rose e pallide viole
porton le ninfe in grembo e ne’ canestri:
vengono i fiumi di molle ulva adorni,
di fiori e fronde empiendo i torti corni.

33

     Lascia la vecchia madre Falterona
e le caverne dell’antico monte
Arno mio lieto, e di verde corona
di popul copre la cerulea fronte:
nel suo mormoreggiar seco ragiona
e duolsi Arno d’aver troppo bel ponte;
Arno che, quanto può, si sforza e brama
aver, come il fratello, eterna fama.

34

     Ecco apparire alle vedove mura
veggiamo il dolce lume de’ begli occhi:
triemono i cor villani ed han paura
che questo gentil foco non li tocchi:
negli altri d’alta e di gentil natura
amor e gentilezza par trabocchi:
corron giá per veder donne e donzelle;
non hanno invidia, anzi si fan piú belle.

35

     Poi che sará drento al bel cerchio entrata,
quanta dolcezza sentiran coloro
che con tanto disio l’hanno aspettata,
veggendo allor la dolce pace loro!
O cara patria, or non sia piú invidiata
da te giamai la prima etá dell’oro,
l’isole fortunate in occidente,
o dove giá peccò il primo parente.