Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/298

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292 v - ambra

4

     Ha combattuto dell’imperio e vinto
la notte, e prigion mena il brieve giorno:
nel ciel seren d’eterne fiamme cinto
lieta il carro stellato mena intorno:
né prima surge, che in oceano tinto
si vede l’altro aurato carro adorno:
Orion freddo col coltel minaccia
Febo, se mostra a noi la bella faccia.

5

     Seguon questo notturno carro ardente
vigilie, escubie, sollecite cure,
e ’l sonno (e, benché sia molto potente,
queste importune il vincon spesso pure),
e i dolci sogni, che ingannan la mente,
quando è oppressa da fortune dure:
di sanitá, d’assai tesor fa festa
alcun, che infermo e povero si desta.

6

     Oh miser quel che in notte cosí lunga
non dorme e ’l disiato giorno aspetta:
se avvien che molto e dolce disio il punga,
quale il futuro giorno gli prometta!
E, benché ambo le ciglia insieme aggiunga,
e’ pensier tristi escluda e i dolci ammetta,
dormendo o desto, acciò che il tempo inganni,
gli par la notte un secol di cent’anni.

7

     Oh miser chi tra l’onde trova fuora
sí lunga notte assai lontan dal lito!
E ’l cammin rompe della cieca prora
il vento, e freme il mare un fèr muggito;
con molti prieghi e voti l’Aurora
chiamata, sta col suo vecchio marito:
numera tristo e disioso guarda
i passi lenti dalla notte tarda.