Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/300

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294 v - ambra

12

     Quel monte che s’oppone a Cauro fèro,
che non molesti il gentil fior, cresciuto
nel suo grembo, d’onor, ricchezza e impero,
cigne di nebbie il capo giá canuto:
gli òmer cadenti giú dal capo altero
cuoprono i bianchi crini, e ’l petto irsuto
l’orribil barba, ch’è pel ghiaccio rigida:
fan gli occhi e ’l naso un fonte, e ’l gel lo infrigida.

13

     La nebulosa ghirlanda, che cigne
l’alte tempie, gli mette Noto in testa;
Borea dall’alpe poi la caccia e spigne;
e nudo e bianco il vecchio capo resta:
Noto sopra l’ale umide e maligne
le nebbie porta, e par di nuovo il vesta.
Cosí Morello irato, or carco or lieve,
minaccia al pian suggetto or acqua or neve.

14

     Partesi d’Etiopia caldo e tinto
Austro, e sazia le assetate spugne
nell’onde salse di Tirreno intinto:
appena a’ destinati luoghi giugne,
gravido d’acqua e di nugoli cinto
e stanco, strigne poi ambo le pugne:
i fiumi lieti contro all’acque amiche
escon allor delle caverne antiche.

15

     Rendon grazie ad Oceano padre, adorni
d’ulva e di fronde fluvial le tempie;
suonon per festa i rochi e torti corni:
tumido il ventre giá superbo s’empie:
lo sdegno, conceputo molti giorni
contro alle ripe timide, s’adempie;
spumoso ha rotto giá l’inimico argine,
né serra il corso dell’antico margine.