Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/302

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296 v - ambra

20

     A pena è suta a tempo la villana
pavida aprire alle bestie la stalla:
porta il figlio, che piange, nella zana:
segue la figlia grande, ed ha la spalla
grave di panni vili, lini e lana:
va l’altra vecchia masserizia a galla;
nuotono i porci e spaventati i buoi;
le pecorelle non si toson poi.

21

     Alcun della famiglia s’è ridotto
in cima delle case; e su dal tetto
la povera ricchezza vede ir sotto,
la fatica, la speme; e per sospetto
di se stesso non duolsi e non fa motto;
teme alla vita il cor nel tristo petto,
né delle cose car par conto faccia:
cosí la maggior cura ogni altra caccia.

22

     La nota e verde ripa allor non frena
i pesci lieti, che han piú ampli spazi:
l’antica e giusta voglia alquanto è piena
di veder nuovi liti: e, non ben sazi,
questo nuovo piacer vaghi gli mena
a veder le ruine e’ grandi strazi
degli edifizi, e sotto l’acqua i muri
veggon lieti ed ancor non ben sicuri.

23

     In guisa allor di piccola isoletta,
Ombrone, amante superbo, Ambra cigne;
Ambra non men da Lauro diletta,
geloso se ’l rival la tocca e strigne;
Ambra driade, a Delia sua accetta
quanto alcuna che stral fuor d’arco pigne;
tanto bella e gentil, ch’alfin li nuoce;
leggier di piedi e piú ch’altra veloce.