Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/65

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ii - comento sopra alcuni de’ suoi sonetti 59

E per questo parrebbe prima facie che qualunche cosa fatta una volta gentile non avessi bisogno di alcun’altra cosa alla perfezione sua; che par contro a quello che dice il presente sonetto, la conclusione del quale è che la mano gentilissima della donna mia, avendomi tratto il cuore del petto, lo abbi fatto gentile, avendolo formato di nuovo, il qual cuore giá era suto fatto gentile dagli occhi suoi, come mostra il sonetto giá esposto che comincia: «Poscia che ’l bene avventurato core». E però, prima che piú particolarmente vegniamo alla esposizione del sonetto, per concordare questa apparente contradizione, diremo cosí. Che se la gentilezza è quella che abbiamo detto, tante cose possono essere gentili quanti sono i fini a che tendono le cose, come si vede per esperienza in un uomo, perché lo chiameremo nella sua tenera e puerile etá un «gentil fanciullo», dipoi un «gentil garzone», un «gentile giovane», un «gentile uomo», ecc., secondo che l’etá e la natura gli dimostra diversi fini; perché diverse cose convengono a diverse etá. E però, quando il mio cuore si fuggí negli occhi della donna mia, dalli quali fu fatto gentile, si può intendere che allora il cuore aveva per obbietto solamente gli occhi della donna mia e le altre appartenenti bellezze, e solamente di quelle si pasceva per mezzo della visione degli occhi miei; ed a questo fu fatto gentile, cioè a intendere, contemplare e fruire solamente per mezzo degli occhi quella bellezza. Ma di poi, essendo quella mano candidissima entrata nel petto e trattone il cuore, pare che questo fussi assunto a piú degno uffizio. Per questo dimostra la iuridizione che aveva la donna mia sopra al mio cuore, ed espressamente chiarisce che giá lei lo reputava suo, ed, essendo sua cosa per elezione di lei, di necessitá lo amava; e questo mostra piú chiaramente lo averlo cominciato a fare gentile cogli occhi, cioè fattogli questo benefizio, perché quelle cose si amano piú che l’altre, le quali noi reputiamo nostre e come nostre abbiamo cominciato a beneficarle. Altro era adunque l’uffizio del cuore, prima che la donna mia facessi segno alcuno d’amore verso di lui; altro è questo che doveva fare dopo tante benigne dimostrazioni. E però come a nuovo offizio e fine bisognò farlo gentile, perché non sola-