Pagina:Lucifero (Mario Rapisardi).djvu/106

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lucifero

Con diva ressa esercitando il grido
Su le pavide ciurme, il cigolante
Pino alle voratrici acque contendi.
235E là, dove nel mar libico schiude
La selvaggia di Sardo isola il seno,
Ben ridotto l’avresti, ove già fermo
Di tutti la madrigna Isi quel giorno
Non avesse nel cor l’esizio estremo.
240Suscitò co ’l suo fiato un vorticoso
Turbine, spalancò l’onde, in un mucchio
Avviluppò fiaccate arbori e sarte,
E fin dentro ai secreti antri, ove occulto
L’impellente vapor mugola e ferve,
245Víolento introdusse il flutto avverso.
Scoppian, travolti nei dedalei fianchi
I deserti lebèti; in due partito
Salta al cielo ad un punto e s’inabissa
Il perduto naviglio; e tra le fiamme
250Più del nembo e del mare urla la Morte.
    Era fra tanti derelitti, a cui
Già piombava su ’l capo il danno estremo,
La leggiadra Isolina; alle ginocchia
Del nostro eroe si attenne, e fredda, bianca,
255Scompigliata negli atti e negli accenti,
Fra’ singhiozzi pregò: — Deh! mi salvate,
Deh! salvatemi voi! Ch’io lo riveda,
Ch’io muoia almen fra le sue braccia! — Un’onda
In questo dir si sollevò; travolse
260La giovinetta, e dall’eroe lontano,
Come fiore divelto, in mar la spinse.
Diè Lucifero un grido, e d’Ebe a un’ora
Si risovvenne: aprì le braccia, e fermo
Di rapir la gentil preda alla morte,
265Qual tempestoso augello, in mar lanciosse.
Trabalzati dal turbo erran gl’infranti



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