Pagina:Lucifero (Mario Rapisardi).djvu/123

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canto settimo

Strinse l’amica: la baciò su ’l fronte
Mal frenando i singhiozzi, e una parola
Mormorò fra le labbra; ella il comprese;
210E, gittandogli al collo ambe le braccia,
In lagrime proruppe, e cor non ebbe
Di contendere il figlio a una morente.
    Ei partì con la notte. Alla finestra
Ella balzò; tenne il respir; fra l’ombre
215Perdersi udì i suoi passi; all’aure tese
L’anima tutta; aspettò ancor; le parve,
Che pentito ei tornasse; a una lontana
Voce tremò, chiamollo a nome; e quando
Stendersi agli occhi suoi squallidamente
220Vide il bianco viale, alla notturna
Brezza ondeggiar con murmure indistinto
Le due file d’acacie, e alla sinistra
Luna uggiolar sentì alla lunga i cani,
Sul freddo letticciòl, come insensata
225Cosa, piombò; nelle deserte coltri
Si serrò paürosa, e pianse e pianse.
    Toccò Giorgio il natío lido; anelando
Le vie percorse; alle paterne case
Volò; ma derelitta era la soglia,
230Sbattean le imposte abbandonate, e nera
Regina per li vuoti anditi, avvolta
Nelle vesti materne, iva la Morte.
Ei l’abbracciò; dei cari abiti ignude
Mostrò le scricchiolanti ossa del petto
235Quella fatal. Dov’è mia madre? ei disse,
Balzando indietro inorridito. Immota
Ella il mirò; dalle profonde occhiaje
Balenò un fatuo lume; armò le bianche
Mandibole d’un fiero urlo, e rispose:
240— La madre tua, tu l’uccidesti! Assisa
Ne la placida fossa ella ti aspetta! —



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