Pagina:Lucifero (Mario Rapisardi).djvu/127

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canto settimo

D’ansie superbe e di grandi ale instrutto
Penetra le nemiche ombre; víaggia
310Oltre la vita; e di regnar mal pago
Quanto al raggio del Sol vegeta o pensa,
Scende nell’urne a interrogar la morte.
Tremò allor su le care ossa la luce
D’un’azzurra fiammella: ambigua e lieve
315Lambisce il suol, palpita all’aere, ondeggia,
Color muta e sembianza, e ambisce al cielo.
Come al sole d’april, da le materne
Lucide foglie in vago giro inteste,
La candida magnolia alza il bocciòlo,
320Così dal grembo della fatua luce
Una bianca si svolge aerea forma,
Silenzíosamente. Il Pellegrino
Ravvisò la sua morta.
                            — Oh! così lievi
Son dunque i sonni tuoi, bella Isolina,
325Docil così, buona così è la morte,
Ch’anco una volta agli occhi miei ti assente? ―
Tremava ella, e tacea; languide intorno
Volgea le luci pe’l deserto lido,
Come chi chieda ai circostanti oggetti
330Una persona lungamente attesa,
E tutta in quel disío l’anima intenda.
— Oh! che chiedi alle mute ombre, che chiedi
Ai sordi astri, o fanciulla? Aprica e morta
È questa piaggia, e non ha fronda o fiore;
335Crudo e vorace è il mar: vecchio omicida
Ei s’accovaccia nella calma; infiora
D’albe spume gli abissi; ignudi e belli
Manda intorno a danzar silfi e sirene,
Che funesta han la voce; alita un cheto
340Sopor sovra le sue vittime; e quando
Più sicure esse van sognando il lido,



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