Pagina:Lucifero (Mario Rapisardi).djvu/143

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canto ottavo

Ad accender vieppiù l’alme vogliose
Il popolar rimbomba inno guerriero:
245Vecchi, infermi, fanciulli e madri e spose,
Forti nell’ira, ardenti in un pensiero,
Confondono a tal suon l’anime e i carmi,
E incoransi alla pugna, e veston l’armi.

    E rompendo talor, pari a torrenti,
250Fuor delle mura, a tanto ardor già strette,
Gittansi in mezzo all’avversarie genti,
In cui fan gloríose, ardue vendette.
Ben di mille che uscîr non tornan venti,
E rimangon le madri orbe e solette:
255Paghi son tutti, ove la patria possa
Un riparo innalzar di scheltri e d’ossa.

    Quinci fulmina l’oste, e impiaga e uccide,
E fiamme ai tempj, alle magioni avventa;
Quindi fra le macerie alto si asside
260L’orrida Fame, e gli ancor vivi addenta;
Quel che l’uno non può, l’altra conquide;
L’un vince i corpi, e l’altra i cor sgomenta;
Vola intorno la Morte, e in doppia guerra
Le mura oppugna, e i difensori atterra.

    265Pur, tra’ morti e le fiamme, e dagli amati
Ruderi, e dai men noti ermi recessi,
Balzan novelli eroi, pugnan coi fati,
E sembran dal valore i fati oppressi:
O che pulluli il suolo armi ed armati,
270O fecondin la vita i morti istessi;
O a difender la patria, integri e forti,
Per miracol d’amor, tornino i morti.

    — Salve, o popol di prodi! A sorger primi,
Primi a pugnar, soli a morir voi siete;



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