Pagina:Lucifero (Mario Rapisardi).djvu/185

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canto decimo

Piovegli sui schizzanti occhi e l’acceca
Una bava sanguigna; un rugghiar cupo
230L’assorda; e già dell’arrotate zanne
Contro alle tempie sue crocchian le punte,
Quando tutta con acre urlo chiamando
La rabbia al cor, la forza ai polsi, un lancio
Dà su ’l dorso così, che sorge a un punto
235Libero in piè, mentre da lui travolta
Precipita la belva, e giù nel fondo
Burron piomba rugghiando, e l’aere introna.
    Lacero e stanco il vincitor si asside
Su le fresche erbe, appo la sponda. A rivi
240Giù per lo collo gli discorre ai fianchi
Misto al sangue il sudor; corto e sonante
Dal suo petto affannoso esce il respiro;
Un cozzar di confuse opre e di cose
Gli turbina sugli occhi e il cor gl’ingombra;
245Finchè a balzi, a sussulti, e tutto cinto
Di bizzarre faville e ceffi strani
Sopra gli piomba, e al suol l’avvince il sonno.
Come nei procellosi artici mari,
Quando aquilon più li flagella, a stormo
250L’irte díomedèe saltan su’ flutti;
Gavazzano fra’ nembi, e col profondo
Mugghio dell’oceàn mescono il grido:
Vede il nocchier fra le stridenti antenne
Svolazzar le sinistre ali, e maligni
255Spirti le crede, e si raggriccia e agghiada;
In simil guisa dell’eroe dormente
Nel turbato pensiere ispide e immani
Venían fantasme, e gli scoteano i sonni.
Ma come avvien nell’incostante ottobre,
260Mentre un subito nembo apresi e versa
Sopra l’umile vigna acqua e gragnuola,
Fuor delle plaghe occidental si desta



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