Pagina:Malombra.djvu/470

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Questi ascoltò la relazione dello stato di tranquillità relativa in cui s’era trovata la marchesina svegliandosi e accettò di adoperarsi per farle abbandonare l’idea del pranzo. Promise che sarebbe tornato a dar conto della sua missione.

Stette assente a lungo. Quando ricomparve aveva la sua faccia de’ sinistri presagi, la più scura.

— Dunque? — gli chiese il Vezza.

Il medico guardava Silla, esitava a rispondere.

— Ella può parlare liberamente — osservò il commendatore.

— Bene. Io, già, signori, parlo da medico, senza riguardi personali, e dico: andiamo male, dipende da Loro che non vada peggio.

— Ma guardi! — disse il Vezza. — Pensare che stamattina era tranquillissima!

— Oh, anch’io l’ho trovata tranquillissima. Al primo vederla mi sono consolato, meravigliato anzi; un minuto dopo, la sua calma non mi piaceva più. Vedono, dopo il travaglio nervoso di stanotte quella donna lì doveva essere a terra, oggi, sfasciata. Ma no; non abbiamo che il pallore veramente straordinario e la cerchiatura livida degli occhi. Manca ogni altro sintomo di stanchezza, di depressione. Abbiamo apiressi completa e un polso di cento battute almeno. Qui, mi son detto subito, l’accesso nervoso sussiste ancora, questa calma non è fisiologica, è una coazione della volontà; e forse tale antagonismo esagera alcuni fenomeni nervosi, la frequenza del polso, per esempio. Le ho parlato di quel tale argomento. La presi pel verso della salute, le dissi che aveva bisogno di quiete, che farebbe bene a restare tutto il giorno in assoluto riposo, e non uscire di camera neppure pel pranzo. Ah!

Qui il dottore agitò le braccia come se la parola non bastasse più al suo racconto.

— Confesso che due occhi simili non li ho mai visti. In un minuto secondo è cresciuta un palmo. Mi ha in-