Pagina:Manzoni.djvu/246

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244 i promessi sposi.

abbiamo il Manzoni in questo proponimento finale di Renzo: «Prima d’allora era stato un po’ lesto nel sentenziare, e si lasciava andar volentieri a criticare la donna d’altri, e ogni cosa. Allora s’accorse che le parole fanno un effetto in bocca, e un altro negli orecchi; e prese un po’ più d’abitudine d’ascoltar di dentro le sue, prima di proferirle.» Il Manzoni, in verità, pubblicati i Promessi Sposi, si mostrò nel suo contegno pubblico e ne' suoi discorsi che potevano esser riferiti, d’un riserbo che parve eccessivo; anche le sue lettere, dopo quel tempo, prendono quasi tutte un carattere uniforme di convenienza, in qualche modo, diplomatico e stereotipato; nella lettera straordinariamente sincera ch’egli scrisse venti e più anni dopo a Giorgio Briano, per iscusarsi di non poter fare il deputato, se il Collegio di Arona, come gli veniva scritto, si fosse ostinato a volerlo eleggere, troviamo parole che consuonano perfettamente con gli ultimi propositi pacifici di Renzo, e li dichiarano. «Quel senso pratico dell'opportunità, quel saper discernere il punto o un punto, dove il desiderabile s’incontri col riuscibile, e attenercisi, sacrificando il primo, con rassegnazione non solo, ma con fermezza, fin dove è necessario (salvo il diritto, s’intende) è un dono che mi manca, a un segno singolare. E per una singolarità opposta, ma che non è nemmeno un rimedio, perchè riesce non a temperare, ma impedire ciò che mi pare desiderabile, mi guarderei bene dal proporlo, non che dal sostenerlo. Ardito, finchè si tratta di chiacchierare tra amici, nel mettere in campo proposizioni che paiono, e saranno, paradossi; e tenace non meno nel