Pagina:Manzoni.djvu/293

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il manzoni e la critica. 291

infame, fuori de’ suoi scritti sull’unità della lingua, il Manzoni non pubblicò altro. E pure il suo robusto e vivace ingegno si mantenne vegeto fino agli ultimi giorni della sua lunga vita.

Egli non iscrisse quasi più per la stampa; ma ogni giorno riceveva vecchi e nuovi amici, discorrendo coi quali il suo ingegno, simile a molla che scattasse, gittava luminose faville, e diffondeva idee così originali, che avrebbero, ciascuna per sè, potuto formar la fortuna di un libro e di un autore. Ed è veramente peccato che il Manzoni non abbia avuto presso di sè un Eckermann come il Goethe, per trascriverci i suoi quotidiani discorsi; se Carlo Porta, il Torti, il Grossi, il Tosi, il Giudici, il Sozzi, il Rosmini, il Cantù, il Carcano, il Rossari, il Ceroli, il Bonghi, il Rizzi e gli altri più intimi amici del Manzoni (non parlo della signora Blondel) avessero pensato a notare tutti i motti che uscirono dalla bocca del Manzoni, nessun libro più originale e più sapiente di quello che riunisse tutti quegli appunti sarebbe forse mai stato immaginato e composto. Le uscite manzoniane erano tutte impensate e quasi sempre felici. Lo stesso imbarazzo che il Manzoni provava talora nell’esprimersi, poichè qualche volta e ne’ momenti per l’appunto che egli aveva una maggior fretta di parlare, gli accadeva di balbettare, aggiungeva una nuova forza alle parole che uscivano poi come palle esplodenti. E sopra quel suo difetto organico egli avea preso la buona abitudine di ridere il primo, per toglierne la volontà ed il pretesto agli altri.

«La balbuzie di Alessandro Manzoni (scrive An-