Pagina:Marinetti - Teatro.djvu/46

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Anche tu, anche tu, Lanzirica, l’hai ammirato quanto me!... Kabango spesso mi dimentica, lo so. Il suo sguardo talvolta è crudele, ma non ne soffro, poiché basta un suo sorriso a ringiovanire per me l’universo. Subito i sapori, i colori, i profumi della vita si moltiplicano sotto i suoi comandi di sole disinvolto e sicuro.

Mentre Mabima parla, Lanzirica con mosse sornione è penetrato nell’apertura della capanna. Mabima se ne accorge.

Che fai? Che cerchi? Non toccare il Sinrun!... Ah! Sento che tu non ami Kabango. Sei pieno di odio per lui.

Lanzirica

Sí, lo odio. Perché ti amo! E odio anche il tuo custode Bagamoio, quel bruto che passa il suo tempo a spalmarsi di erbe puzzolenti e a spiare i miei movimenti. Il mio amore non ammette ostacoli. Sale impaziente e audace come i serpenti della foresta alla conquista della sua casa. Tu, tu, Mabima!... Ti amo! Ti voglio!

Mabima

Taci! La tua voce m’incatena. Non voglio sentire. Va! Va!

Lanzirica si allontana da Mabima e si corica a pochi passi dalla tenda. Si ode un tam-tam precipitato, poi un canto negro molto ritmato.

Canto negro

Gbàkun Gbàkun
Dékun Dékun
Gàlin Gàlin
Balafort.

Entra Kabango. Lo segue un santone negro disseccato, dal viso lucente di lebbra, le mani nere accartocciate e la fronte oppressa da un


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