Pagina:Marinetti - Teatro.djvu/55

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letto con quattro rami forcuti piantati in terra e spalmati di zilah, perché la vipera tricorne non ti addenti nel sonno. E’ corta, grossa, pericolosissima. Ma so curare le sue morsicature. Quando il tuo piede sarà guarito, riprenderai la marcia. Ricòrdati delle mie parole. Coloro ai quali tu ti sacrifichi non meritano il tuo sacrificio...

Kabango

interrompendolo con uno scatto brutale:

Basta! Taci! Conosco il tuo ritornello. Sei un flauto malinconico, ed io non sono un serpente da addormentare. Sento già la tua voce che riprende la sua nenia: «Kabango, ascolta le fontane!». Macché fontane! Io ascolto le fontane, le fontane del mio sangue! Non implorano, non piangono. Urlano, imprecano, perché vogliono slanciarsi in cielo e inondare della loro forza benefica l’Africa adorata! Io li amo tutti, i miei popoli africani! Tu dici che sono indegni del mio sacrificio? Che ne sai tu? Che ne sanno loro? Sognano come te, o vegetano come le piante. Io darò loro la vita sublime del pensiero! Sono stanco di riposarmi. La vita non è qui. Le vie del deserto mi chiamano. Guarirò il mio piede camminando. Va, Lanzirica. Non ho più bisogno di te.

Lanzirica si allontana a testa bassa, rimane un istante immobile, poi gira cautamente dietro alla capanna, e, dopo aver sfiorato Bagamoio che monta la guardia, si accovaceia fra i cactus e le agavi, per ascoltare Kabango e Mabima.

Mabima

coricata vicino a Kabango nell’apertura della capanna:

Ciò che ha detto Lanzirica è falso, Kabango. Ora mi sento rinfrancare. Ti seguirò dove Vorrai. Ho tanta forza,

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